HOMEPAGE APPUNTAMENTI Veroli, Odi mattutine e Stabat Mater a dispensare speranza

Veroli, Odi mattutine e Stabat Mater a dispensare speranza

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Anche quest’anno Veroli è rimasta orfana delle sue tradizioni. Della sua fede, dei suoi Sepolcri scarnamente baroccheggianti, delle sue intime processioni. A differenza dello scorso anno però, la comunità ha potuto stringersi in preghiera a capo chino di fronte all’immagine più iconica del Venerdì Santo verolano: la Madre Dolorosa che piange il suo Figlio morto deposto ai suoi piedi. Nella Basilica di Santa Maria Salome alla 5.30, consueta ora in cui si sarebbe svolta la Processione mattutina, canti e preghiere hanno elargito un po’ di speranza ad un popolo soffocato dal peso dei silenzi, pieno di occhi persi che guardano altrove. Un’immagine severa, in Piazza Vescovado ha aperto alla ‘brutale’ sacralità del momento come un pugno in pieno viso. Un Calvario di verità in una rappresentazione in cui si leva l’urlo sgomento del dolore, il destino segnato, la Croce e la pena che aprono al mondo più dell’uomo sazio. Nella Basilica le porte erano aperte e subito lo sguardo ha colto la vita cieca di ogni giorno sciogliersi in quella desolazione di Madre. Finiti il tempo e lo spazio, impera misteriosa un’eterna stasi, a testimonianza del mistero del nascere, del vivere e del morire. E’ una relazione individuale quella che Veroli ha con la sua Madre Addolorata. Un’alchimia che consola nel suo chiaro mistero. Il dolore non è chiasso né teatro; è un rannicchiarsi all’ombra del muro crollato. Nel buio del primo mattino, quella struggente immagine vissuta come per una prima ed unica volta. Nell’aria i pensieri degli assenti di passaggio e un canto nomade, senza affanno né incertezza. Con l’anima di garza a cercare forme di bellezza silenziosa e grande; a tutti vicina e a tutti ignota. I lutti si coprono con un telo bianco e il corpo non sente più freddo. Era quello di cui avevamo bisogno, che affascina e atterrisce, incarnando le esaltanti antinomie di cui è fatta la vita. In quel raggio estremo che ha il sole del primo mattino era lì, l’abbiamo cercata chiamandola ogni volta con un nome diverso. Per noi verolani è quella la nostra casa, che negli intervalli e nelle ferite di questo tempo, elargisce nel dolore la sua luce più onesta. Perché tutti noi conosciamo a memoria la sua pelle lignea come la via di casa, i suoi occhi tristi come le crepe dei nostri muri, i suoi capelli come il fiore d’inverno che fiorisce sui muri. E pure se il vento cambia e cambiano le stagioni, è sempre a casa che vogliamo tornare. E’ la ragione che non si adatta al bisogno della sua tirannia. E’ la carne non riposa nella calma della luce. Conosce i muti tormenti, agitati, inclementi, delle anime senza difesa. Il ripetersi uguale dei giorni, di questi mesi che somigliano all’ombra dei corpi rimasti dentro una giacca appesa. Oggi, sui carboni ardenti, dinanzi a Lei, abbiamo tutti chinato il capo, nelle litanie lente che hanno dispensato benedizioni. Fuori il primo sole rischiarava le colline, e solo il frullo di un uccello che volava muto dalla chioma di un albero. Mai come oggi, era necessario alimentare quella fiamma della vita che dentro di noi si è fatta sempre più tremolante, quel senso stesso di una comunità che si ritrova smembrata evitando persino gli sguardi. Il grazie di tutti alla Confraternita Carità Morte Orazione e Pia Unione dell’Addolorata, al Rettore della Basilica Don Angelo Maria Oddi ed al parroco Don Andrea Viselli.

Monia Lauroni