Del rapporto padre figlio e dell’attaccamento all’ombra sotto la quale si è cresciuti, ne hanno cantato in molti. Lo si è fatto sul tappeto dei versi e più in generale su quello di un battage culturale che nei sentimenti ha issato un pericoloso vessillo.
Fa specie accorgersi che ‘Storia di Lillo’ mio padre’ non ha nulla del prodotto che attinge a piene mani dal calderone da mestierante.
No, la ‘prosa d’autore’ di argutissimo intelletto è esattamente quello che ci si aspettava da uno come lui.
Ma Marco è restato figlio, meno autore ma solo figlio.
Eppure il pregio dei racconti si somma ad emozioni fulminanti: l’amore e il ricordo, appunto, la vita e la morte, il sorriso e il pianto, la delicata solitudine, che sono dati certi come il sorgere del sole nelle mattine collinari della Sicilia.
Marco figlio e Sciandrone professore di matematica, hanno duettato in assoluta complementarietà, non arroccandosi sull’eremo delle singole perizie.
Eppure uno è scomparso lasciando il segno.
Ma hanno fuso il prodotto in ciò che appare come la sintesi che la mente ricorda e l’anima coglie.
Lillo, Calogero Sciandrone, un trofeo verolano che ha lasciato il segno con il gesso sulla lavagna del cuore di generazioni.
Lillo, sopravvissuto a una guerra mondiale ed emotiva. Trapiantato da luogo a luogo senza certezza.
Le parole del figlio Marco sono un vero, concreto sfinimento del distacco e al contempo lenimento dell’anima per l’anima.
Guizzi di vita talmente intensi, vissuti, sofferti, vittoriosi e amabili da risultare camei a sé stanti su una vita che merita ricordo e sul continuo esserci ancora, nonché sulla perdita esorcizzata scendendo nel “mondo di sotto”, in un viaggio indietro nel tempo, in quella terra dove sono piantati i vecchi alberi di famiglia.
Marco Sciandrone, si contamina di piacimento, orgoglio e dolore, abitudini e atmosfere recapitate direttamente dalla memoria di famiglia.
È come se il dovere lo chiamasse dove ha vissuto, ha visto, ha sentito quello che suo padre viveva, vedeva, sentiva. Quell’ombra paterna la ritrova ovunque, anche nei posti più nascosti. Anche nella sua adorata Madre Ada.
Lillo, suo padre. Lillo ‘lo zoppo’.
Lillo che a zoppicare era solo chi non gli ha voluto bene.
Io, come tanti suoi alunni, ringrazio Marco per averlo fatti rivivere anche solo per un’ora.
Tra le pagine, con le parole che avrebbe contato e diviso in attimi.
Di vita.
Monia Lauroni










