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Quando la Città di Alatri rischiò di perdere le spoglie della Beata Maria Raffaella Cimatti

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Era il 1993 quando l’allora madre generale delle Suore Ospedaliere della Misericordia, Maria Elisabetta Lunghi, venuta a conoscenza dell’indecorosa sistemazione delle spoglie mortali di suor Maria Raffaella Cimatti, “sistemata” presso la chiesetta del vecchio ospedale San Benedetto, all’entrata situata nei pressi di Porta San Francesco, invitò chi di competenza a trovare un luogo degno per lei. L’invito, a quanto pare, venne disatteso perché, quasi due anni dopo, ci fu un ultimatum: una degna sistemazione oppure il trasferimento a Roma.

Ovviamente sia il clero sia i fedeli, e non solo gli alatrensi — suor Maria Raffaella prestò la sua opera anche nel nosocomio di Frosinone — si preoccuparono non poco. La suora, nativa di Faenza, era conosciuta con diversi appellativi, da “Medicina di Dio” ad “Angelo dei malati”, per la sua bontà, la sua dedizione, il suo interessamento soprattutto per i più indigenti, che potremmo sintetizzare con una sola parola: Amore, declinato in tutte le sue sfaccettature.

Torniamo al 1995. Bisogna trovare un luogo degno ove riposi la suora: qualcuno pensa alla chiesa di Santa Maria Maggiore, alla Concattedrale di San Paolo, alla creazione di una cappella del nuovo ospedale San Benedetto. C’è un cauto ottimismo: sono tutte soluzioni proponibili, ma il tempo è tiranno. A volte è strano, ma è galantuomo.

Però c’è suor Serafina, che presta servizio al San Benedetto dal 1969, che è pessimista perché sa che verranno da Roma per la ricognizione della salma. La religiosa è in odore di beatificazione, ma di questo parleremo più avanti. La paura è che, una volta a Roma, l’ordine religioso decida di non restituire più le sue spoglie.

C’è da organizzare il viaggio nella capitale con il vescovo. Si prospetta una soluzione che non piacerà al clero e ai fedeli: Alatri avrà solamente alcune reliquie, ma la salma rimarrà a Roma.

È qui che entra in gioco un sacerdote saggio, don Giuseppe Capone. Il religioso si era già fatto sentire durante la soppressione della diocesi di Alatri e non è proprio il tipo da non esternare il suo pensiero. Se le spoglie di suor Maria Raffaella verranno trasferite a Roma, cesserebbe la devozione che viene provata per lei. Non è immaginabile perderla: la suora nella parrocchia di Santa Caterina, a Roma, dove è pieno di santi.

Suor Maria Raffaella Cimatti appartiene ad Alatri, è sepolta ad Alatri, per tanti anni ha lavorato ad Alatri, è qui che ha svolto la sua missione, dove ha curato, ha lenito le piaghe dei sofferenti, si è presa cura del cuore e del corpo dei poveri, dei derelitti, dei feriti della guerra.

Ad Alatri è stata amata e lei stessa ha amato la gente, non solo di Alatri. È nella nostra cittadina che vi è il culto per lei e poi bisogna tenere conto di un suo testamento, non solo spirituale.

Quando già anziana e malata le fu data l’opportunità di andare a Roma, nella casa generalizia delle sue consorelle — sarebbe forse stata curata meglio — ma no, ella volle restare ad Alatri.

Nel 2010 le sue spoglie furono traslate dalla chiesetta del vecchio San Benedetto, dove aveva prestato la sua missione, alla Concattedrale di San Paolo, dove poi fu collocata. Una cerimonia degna di una beata. E dove riposa tuttora, nel simulacro della navata destra, sullo stesso lato dell’Ostia incarnata.

Suor Maria Raffaella Cimatti nacque a Faenza nel 1861 e, non ancora maggiorenne, prese i voti nell’ordine delle Suore Ospedaliere della Misericordia. Poi a Frosinone e infine ad Alatri, dove morì nel 1945. Nel 1996 fu beatificata da papa Giovanni Paolo II, cittadino onorario di questa vetusta città.

Il motivo della sua beatificazione si deve a un bambino di 11 anni residente a Fumone, nei pressi della chiesa della Madonna delle Grazie. Loreto Arduini è un vispo ragazzino in buona salute. Improvvisamente viene colpito da una grave forma di morbillo che sfocia in encefalite virale convulsiva con insufficienza respiratoria.

Dapprima trasportato al nosocomio alatrense, dove i medici non lasciano speranze per lui, si decide il suo trasferimento in un più attrezzato ospedale della capitale. Ma anche al Policlinico Umberto I i medici confermano la gravità delle sue condizioni: dall’encefalite virale convulsiva con insufficienza respiratoria al coma il passo è breve.

Loreto Arduini ha una zia, suor Luigina Arduini, che poi prenderà il nome di Loreta, come il nonno di Loreto e il papà della religiosa. Suor Loreta, che fa parte dello stesso ordine religioso che fu di suor Maria Raffaella Cimatti, si reca al capezzale del nipote, lascia un’immaginetta di suor Cimatti sotto il cuscino del malato e organizza una veglia di preghiera con le altre consorelle. Pregheranno tutta la notte affinché avvenga il miracolo.

Il mattino dopo Loreto è guarito. La provvida mano di suor Maria Raffaella si è posata sul capo del piccolo bambino di Fumone.

Il resto è ormai storia e conoscenza di tanti. Inizia l’iter di beatificazione della religiosa faentina, che si concluderà nel 1996, con al soglio pontificio il papa polacco Giovanni Paolo II, cittadino onorario della città di Alatri.

Loreto sarà presente con la moglie in quella giornata che la famiglia Arduini non dimenticherà mai. La mano di Giovanni Paolo II si poserà sul capo di Loreto Arduini, ora 67 anni, sposato con la signora Patrizia, padre di due figli e nonno.

Adesso si attende che la Chiesa venga a conoscenza di un secondo miracolo per elevare a santità quella umile suora di Faenza che tanto si prodigò nella sua vita per i malati.

Suor Loreta Arduini, quando può, si reca a trovare suo nipote Loreto Arduini. Raccontano del suo ricovero all’Umberto I di Roma, di quell’episodio, e poi si recano nella Concattedrale di San Paolo ad Alatri per ringraziare la Beata suor Maria Raffaella Cimatti, l’Angelo dei malati.

Bruno Gatta