Pirandello, Deledda, D’Ambra, Bragaglia, Celletti e Landolfi e Alatri
Le storie di Alatri raccontate da Bruno Gatta:
Ricordate il dramma teatrale in un solo atto di Luigi Pirandello, “Lumìe di Sicilia”? La storia di Micuccio Bonavino, in un certo senso pigmalione di Teresina, una ragazza che, divenuta orfana di padre, era destinata ad una vita di stenti se non ci fosse stato proprio Micuccio che, venduto un podere e in contrasto con i parenti, assicura l’inizio della carriera artistica della giovane promettente cantante. Un “dramma” vero e proprio quello scritto da Pirandello con un finale triste per Micuccio che, andato a trovare dopo anni l’amata Teresina, diventata la celeberrima Sina Marnis, per portarle un fagotto di lumìe (tipico agrume siciliano), respinto da lei dona i frutti alla madre, vietando di farne sentire il profumo a Sina, che però, dopo che Micuccio sbatte la porta deluso, fa sentire l’aroma degli agrumi ai suoi pretendenti ed estimatori. Il significato del “dramma” del povero Micuccio è sentito da quanti lo hanno letto o visto in teatro.
Ora immaginate la trasposizione in romanesco dell’opera di Luigi Pirandello diretta e interpretata da Ettore Petrolini, cabarettista, cantante, drammaturgo e comico romano, dal titolo “Agro de limone”.
Finora abbiamo parlato di Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore e poeta insignito del Premio Nobel per la Letteratura.
Ma il legame tra il siciliano e il romano con Alatri? Luigi Pirandello è legato alla nostra Città perché facente parte di una commissione d’esame nell’ex Liceo Ginnasio Conti Gentili. E il Nobel con l’altro Premio Nobel sempre per la letteratura, la sarda Grazia Deledda, e ancora Alatri?
Tra i due Nobel sappiamo tutti che ci fu una grossa antipatia e rivalità letteraria, tanto che Pirandello nel romanzo “Suo marito” si era ispirato a Palmiro Madesani, marito della Deledda, sbeffeggiandolo in quanto egli lasciò il suo lavoro al Ministero per fare da manager alla moglie. E la Deledda e Madesani ed Alatri? Il figlio della coppia Deledda-Madesani, tale Francesco (Franz) Madesani aveva sposato la dottoressa Fernanda Maggi di Alatri.
Qualche anno fa la scrittrice Rossana Dedola ad Alatri presentò il libro “Grazia Deledda – i luoghi, gli amori, le opere” e nella pubblicazione parlava anche dei parenti ciociari di Grazia Deledda: “in particolare di una zia, una vecchia tradizionale, una bella vecchietta che, a gloria sua, di Alatri e di tutta la buona e forte Ciociaria è stata mezzo secolo fa una fiamma di Lucio D’Ambra”. Quest’ultimo studiò ad Alatri, mandato dai genitori per punizione, nella nostra Città trova il modo di pubblicare a proprie spese un volume di versi dedicato a Gabriele D’Annunzio.
Ma Giulio Celletti, Tommaso Landolfi e Anton Giulio Bragaglia? Giulio Celletti è il fondatore della Gazzetta Ciociara, Anton Giulio Bragaglia e Tommaso Landolfi credo non abbiano bisogno di presentazioni. Tutto parte dall’ormai famosissimo articolo pubblicato nel 1955 da “Il Mondo”, quando lo scrittore nativo di Pico Farnese scrive il celeberrimo “I Contrafforti di Frosinone”, che fece angustiare non poco i frusinati e ancor di più Anton Giulio Bragaglia che proprio su La Gazzetta Ciociara replica a Landolfi.
Quest’ultimo sminuiva il capoluogo ciociaro asserendo che Frosinone era una città senza storia, una città che fu imposta come provincia a più nobili come il territorio nativo di Landolfi, Pico Farnese, ora in Ciociaria, faceva parte della Provincia di Terra di Lavoro, chiare quindi le simpatie di Landolfi per i Borboni. Bragaglia affila le armi, difende i ciociari e la Ciociaria, il dialetto e altro.
“Quando dico con semplicità sono ciociaro – scrive Bragaglia – qualche fesso mi guarda sbalordito dalla mia disinvoltura. È l’antica farsa romana che da 3000 anni ha avviluppato in un clima ridevole il personaggio del Ciociaro che nella sua realtà è un muso duro, di carattere aspro, interessato agli affari. Ma il nostro dialetto contadinesco tra romano e napoletano risulta curioso a Roma, fa provinciale, fa burino. Ed ecco il riso. A Roma prima di Leone X la parlata popolare trasteverina fosse identica a quella dei Castelli romani, cioè prossima al ciociaro. La rustichezza dei linguaggi usati nel Lazio Nuovo era maggiore di quella che fu poi toscanizzata: e risultava più buffa. A Roma si parlò toscano, nel Lazio Nuovo (Ciociaria) si seguitò a parlare con la lingua originale, nelle intonazioni rurali proprie. Il nostro linguaggio restò distante dal latino come lo era al tempo dell’Impero. I Volsci e gli Osci – continua il Bragaglia – divertivano i romani in quello stesso modo che Riento (Virgilio, attore che lavorò anche con Totò) li divertiva descrivendo nella sua parlata provinciale gli animali dello Zoo… E qui finalmente si ritorna ad Ettore Petrolini e ad Alatri… continua Anton Giulio Bragaglia – o come faceva Petrolini, parlando alatrese in Lumìe di Sicilia (Agro de limone) di Luigi Pirandello (Glielo avevamo insegnato noi, Bragaglia e il famoso antiquario compaesano Apolloni).
Ma ve lo immaginate il celeberrimo Ettore Petrolini che nella sua trasposizione di un dramma del Premio Nobel per la Letteratura Luigi Pirandello parla alatrese?










