Alzi la mano chi, almeno una volta, non ha lanciato improperi o semplicemente fatto una battuta sui Vigili urbani? L’incipit è doveroso, ma è altrettanto giusto ricordare la figura di questa tipologia di lavoratore.
Un mestiere la cui nascita possiamo far risalire addirittura all’Antica Roma, quando l’imperatore Cesare Augusto istituì, nel 29 d.C., le Cohortes vigilum: non erano militari, ma avevano giurisdizione solamente all’interno della città.
Dopo l’Unità d’Italia, i Comuni cominciarono a istituire corpi di guardie civiche per gestire il traffico, il commercio e l’ordine pubblico. Dai Vigili urbani alla riforma che li trasformò in Polizia municipale e, più recentemente, in Polizia locale.
Nella città di Alatri non abbiamo notizia della costituzione dei Vigili urbani, quelli che sono nati negli anni Cinquanta dello scorso millennio, però molti ricorderanno Zosca, Savera, Mario Lincione e tanti altri.
Una delle vecchie guardie fu appunto Tagliaferri, detto Savera, che iniziò la carriera subito dopo il secondo conflitto mondiale e terminò il servizio nel 1976, quando ci fu il maxi concorso di cui tratteremo in seguito.
All’inizio Tagliaferri era Guardia campestre e si recava spesso, a piedi insieme a un collega di nome Pietro, a Pratelle. Altri rappresentanti del corpo furono Felice Sabellico, meglio conosciuto con il soprannome di “Labisitt”. Ma come dimenticare Olindo, Ernesto, Fernando e tanti altri?
All’inizio la loro divisa era grigioverde, niente mezzi, rigorosamente a piedi. In primavera si occupavano della conta del bestiame, controllavano gli uliveti comunali nelle varie località pedemontane e rurali di Alatri.
Il loro ufficio era ubicato al piano terra del Palazzo comunale, dove c’era la caldaia a carbone. Successivamente indossarono la divisa nera e, d’estate, quella bianca.
Per un periodo ebbero il permesso di portare il “mocchetto” come arma, ma poi fu ritirato.
Le notizie frammentarie hanno bisogno di essere completate e la nostra inchiesta-ricordo non ha assolutamente la pretesa di raccontare la storia dei Vigili urbani di Alatri. Vuole semplicemente raccontare qualcosa delle decine di persone che hanno indossato quella divisa.
Il corpo, in diverse epoche, ebbe comunque difficoltà nell’espletare i numerosi compiti per l’esiguità dell’organico, ma si è sempre distinto per l’abnegazione al lavoro.
Il maxi concorso del 1976
Siamo nel 1976, in una cittadina che si sta sviluppando. Alatri è uno dei Comuni più estesi e popolati della provincia e avrebbe bisogno di un nutrito numero di operatori, non solo per il servizio stradale.
L’organico è ridotto all’osso: poche unità con innumerevoli compiti da portare avanti in un Comune di oltre 20mila abitanti. Ci sono diverse criticità e non soltanto il traffico. Pertanto si sente il bisogno di indire un concorso che recluti un buon numero di vigili.
All’inizio si parlò dell’assunzione di 10 nuove figure, numero successivamente portato a 14.
Il 29 ottobre i ragazzi prestano giuramento davanti all’allora sindaco Francesco Priorini e al pretore Francesco Ferro.
Uno di quei ragazzi era Carlo Maddaleni.
«Prendemmo servizio il primo novembre del 1976 – ricorda con un po’ di emozione Carlo –. Per un mese prendemmo più acqua piovana: le divise non arrivarono subito e ci riparavamo con indumenti che avevamo in casa, impermeabili di ogni genere. Avevamo una fascia al braccio per farci riconoscere».
Ricorda anche come la città fosse divisa in zone: Piazza, Trivio, Vasone, Girone e Piazza Regina, dove c’era ancora il vecchio ospedale. La seconda zona andava da Porta San Pietro alla Stazione; la terza comprendeva le Piagge, San Silvestro, San Lorenzo e Civita; la quarta era quella che da Porta San Francesco arrivava a Bitta e al quartiere Civette.
«Il corpo aveva in dotazione un pulmino Fiat 850 e due Moto Guzzi, guidate da me, da Bruno Mariani, Giorgio Cataldi e Fabrizio Giannantonio e, qualche volta, da Ercole Campoli».
Il pulmino fu successivamente dato in uso agli operai comunali e poi rottamato. Nel parco auto c’erano anche le due moto, oggi in disuso, che dovrebbero essere ormai abbandonate nell’Autoparco.
Costerebbe troppo farle funzionare ora: sono vetuste. Ma perché non restaurarle e magari esporle, come hanno fatto al Comune di Frosinone?
Maddaleni è stato uno tra gli ultimi motociclisti.
«Le moto venivano usate per interventi fuori città – ricorda Maddaleni –. Ma venivano utilizzate anche per andare all’Acropoli e nelle zone adiacenti al centro: Vasone, San Francesco, Bitta, Porta San Pietro, Stazione. Avevano visibilità e la loro presenza era un deterrente. Purtroppo poi vennero abbandonate per la mancanza di motociclisti. Chi più, chi meno, con gli anni accusavano problemi».
Bruno Mariani fu un altro vigile della “Cordata dei 14”, che poi, per varie ragioni, si assottigliò.
Quante emozioni, e soprattutto quanti anni di meno, ci racconta sorridendo e con nostalgia Mariani, che ricorda le prove del concorso, il giuramento e il fatto che, dopo più di un mese, riuscirono finalmente a indossare le divise.
Il sogno del posto fisso
Anche un altro ex operatore, Ennio Latini, ha voluto ricordare qualcosa, anzi di più.
«Il Comune emise un bando per 10 agenti di Polizia municipale. Avevo 22 anni e partecipare e superare il concorso significava la realizzazione del “posto fisso” e poter progettare il proprio futuro.
La prova scritta si svolse in un locale dei Conti Gentili. I candidati furono una cinquantina. Il titolo, forse, era “Il ruolo del vigile urbano”.
Nel frattempo la Giunta comunale, presieduta dal sindaco Priorini, portò a 14 il numero delle assunzioni. Le prove orali, invece, si svolsero nella vecchia sala consiliare.
Fu una grande emozione giurare davanti al pretore Ferro fedeltà alla Patria, il rispetto per le istituzioni e il porsi al servizio della propria città e dei propri cittadini.
Il primo novembre – continua il racconto Ennio – era il primo giorno di lavoro. Non avendo in dotazione le uniformi, portavamo una fascia verde con su scritto “V.U.”. Il servizio si svolse principalmente, vista la ricorrenza, presso la Stazione e il Cimitero.
Nel frattempo, negli uffici, si vedeva gironzolare un signore: era il sarto che, con cura, secondo i turni di servizio, prendeva le misure a tutto il personale.
Per quanto riguarda il rito della “vestizione”, il film Il Vigile di Alberto Sordi descriveva bene le emozioni che in quel momento si provavano. Rivedo il sorriso e le lacrime di mia madre.
Casco, manicotti, guanti bianchi, borsello, fischietto, impermeabile. Il cappotto non era pronto e via in strada, tra lo sguardo incuriosito della gente e l’ingenuo imbarazzo della prima volta».
Giorgio Cataldi, il papà di Enrico, oggi in servizio ad Alatri, fece il concorso con loro, ma era precario. Ercole Campoli, il vicecomandante, entrò qualche mese dopo.
«Di lui non voglio usare parole di circostanza – racconta Ennio –. Voglio solo dire che ne avevo una grande stima, ricambiata da tanta e sincera amicizia».
Bisogna ricordare – tiene a precisare Ennio – ed essere grati alla vecchia guardia: Ernesto, Olindo, Fernando, con i quali abbiamo condiviso un lungo percorso.
Tanti, purtroppo, gli amici che non ci sono più: Ercole, Erminio, Gianni, Alfonso, Gino, Giancarlo…
E poi un aneddoto:
«L’ultimo giorno del mio servizio, con Cox (Colazingari), Carlo e Loreto andammo a mangiare alla Pergola. Grande abbuffata e un inconveniente finale».
Una storia fatta di uomini e ricordi
È solo una parte della storia del corpo dei Vigili urbani di Alatri, ma vogliamo ricordare alcuni spunti: dal famoso vigile urbano di Roma Vittorio Ceccarelli, alatrese doc, a un frate minore conventuale, Padre Costantino di Vico Ponente, causa dell’elevazione a patrono del corpo di San Sebastiano, fino a una poesia scritta da don Giuseppe Capone ai Vigili urbani.
Una storia fatta di divise, strade, motociclette, giuramenti e servizi quotidiani. Ma soprattutto una storia fatta di uomini, di volti e di ricordi che appartengono alla memoria di Alatri.










