Le storie di Alatri raccontate da Bruno Gatta.
Alatri è anche la storia di persone che, complice l’anagrafe, non ci sono più, ma che hanno lasciato un’impronta profonda nella città e nel cuore degli alatrensi. Tra queste merita sicuramente una menzione particolare Padre Alfredo Spigone.
Il frate nacque a Segni nel 1913. Predicatore e sacerdote colto e buono, umile e anche poeta, Padre Alfredo lasciò un segno importante nella comunità alatrense. Fiorellini di prato è un libro che ancora oggi si trova sugli scaffali di molte case di Alatri, soprattutto tra coloro che hanno letto le sue liriche.
Per la sua attività letteraria ricevette diversi riconoscimenti, tra cui uno da parte del sindaco democristiano di Roma Rinaldo Santini. Padre Alfredo fu ordinato sacerdote nel 1936 e nel corso della sua vita religiosa fu insegnante di lettere a Roccasecca, superiore ad Alatri e a Roselli, nel Comune di Casalvieri, e parroco di campagna ad Atina.
Nel suo libro di poesie Fiorellini di prato dedicò anche una composizione ai Fatti d’Ungheria e al popolo magiaro.
Sono diversi i ragazzi di allora, oggi ormai sessantenni, che almeno una volta hanno servito la Messa a Padre Alfredo. Tra questi c’è l’amico Dario Ceci, che ha voluto affidare a queste pagine il suo ricordo del frate di San Francesco.
«Bruno, grazie per questo invito, che mi offre l’occasione di ricordare una delle figure più importanti e significative della mia vita. Padre Alfredo ha rappresentato per me molto più di un sacerdote conosciuto negli anni della fanciullezza: è stato un punto di riferimento, un maestro e, posso dirlo oggi, uno dei miei più profondi mentori nella formazione umana e spirituale.
La mia frequentazione del convento dei Frati Minori di San Francesco ad Alatri fu particolarmente intensa anche perché mia madre vi lavorava come perpetua. Quel convento, quello dei “fratini”, come affettuosamente venivano chiamati ad Alatri, divenne così quasi una seconda casa. Vi trascorsi una parte importante della mia fanciullezza e della mia giovinezza, conoscendo da vicino tanti religiosi che hanno lasciato in me un ricordo indelebile.
Penso con particolare affetto a Padre Leopoldo Carrocci, amabilissimo padre guardiano prima di Padre Alfredo; a Padre Mariano Mele, simpaticissimo, dotato di una verve straordinaria, giocondo e ilare, come appartiene alla più bella tradizione francescana; a Padre Vittorio e agli altri frati che animavano quella comunità.
Ma, tra tutti, fu certamente Padre Alfredo la persona con la quale ebbi la frequentazione più assidua e quotidiana.
Padre Alfredo divenne negli anni una vera istituzione per Alatri. Era un uomo di grande cultura e dai molteplici talenti: scrittore, poeta, pittore. Ma, prima di ogni altra cosa, era un sacerdote e un francescano profondamente innamorato della propria vocazione, uomo di fede e di autentica carità.
Era inoltre un oratore e un predicatore eccezionale. Le sue omelie non scivolavano mai via senza lasciare qualcosa in chi le ascoltava. Ricordo ancora le prediche al rientro della processione di Sant’Antonio, il 13 giugno: la chiesa e il sagrato gremiti e, al termine delle sue parole, il grande applauso spontaneo della gente, quasi una corale adesione a ciò che Padre Alfredo aveva appena detto.
Ricordo anche il suo rapporto personale con Giulio Andreotti e, in particolare, una visita che Andreotti gli fece ad Alatri, alla quale ebbi occasione di essere presente. Sono frammenti di un tempo lontano che, tuttavia, conservo ancora con sorprendente nitidezza.
Ma il Padre Alfredo che porto maggiormente nel cuore è soprattutto quello della quotidianità.
Ho servito innumerevoli Sante Messe come chierichetto nella chiesa di San Francesco, insieme agli amici di allora, Maurizio, Pino, Pierluigi e tanti altri. E tra i ricordi più vivi della mia fanciullezza ci sono anche le tantissime volte in cui accompagnavo Padre Alfredo alle Fraschette, dove svolgeva il suo ministero come cappellano del Campo.
Andavamo insieme a celebrare la Santa Messa nella bellissima chiesetta lì presente e venivamo accolti dal calore e dall’affetto della gente che allora era ospitata in quel luogo.
Per il ragazzo che ero, quelle giornate rappresentavano qualcosa di particolare. C’era Padre Alfredo, c’era la Messa, ma soprattutto c’erano i volti e l’umanità di tante persone, con le loro storie e le loro difficoltà, che sapevano accoglierci con una semplicità e un calore che ancora oggi porto dentro di me.
Sono ricordi indelebili.
E fa male pensare che quella chiesetta, un tempo così viva, luogo di preghiera, di incontro e di consolazione per tante persone, sia oggi desolatamente abbandonata e depredata. Quando un luogo del genere viene lasciato morire non si perde soltanto un edificio: si rischia di perdere un pezzo della memoria di una comunità e delle persone che attraverso quel luogo sono passate.
Con noi ragazzi Padre Alfredo era amabile, attento, capace di trovare per ciascuno una parola di incoraggiamento, un consiglio, uno sprone. Senza proclami e senza atteggiarsi a maestro, è stato realmente un maestro per tutti noi.
La mia gratitudine nei suoi confronti è legata anche a una delle stagioni più dolorose della mia famiglia. Nel 1981 mia madre, ancora relativamente giovane, a soli cinquantun anni, fu colpita da un tumore. Padre Alfredo ci fu vicino con una presenza discreta, costante e profondamente umana. Non posso ricordare quegli anni senza ricordare anche la sua vicinanza alla nostra famiglia. È un debito di riconoscenza che il tempo non ha cancellato.
Poi, inesorabilmente, anche quel mondo cominciò a scomparire.
Il convento dei Frati Minori prese la dolorosa china che avrebbe condotto alla sua chiusura e i frati furono trasferiti. Padre Alfredo lasciò Alatri e, dopo altri passaggi della sua vita religiosa, prima a Fossanova e poi a Roma, trascorse gli ultimi anni presso il convento di San Giacomo alla Lungara, realtà francescana legata anche alla cappellania del carcere di Regina Coeli.
Andai diverse volte a trovarlo e a salutarlo. Negli ultimi anni era ormai anziano e aveva completamente perduto la vista. Eppure, ogni volta che lo incontravo, tornava immancabilmente con il pensiero ad Alatri. La lontananza non aveva affievolito minimamente il suo legame con la nostra città. Aveva Alatri nel cuore.
E ricordo ancora le parole con le quali, quasi invariabilmente, si congedava da me:
“Salutami la vetustissima Alatri”.
In quelle poche parole c’era tutto il suo amore per una città che lo aveva accolto e che egli, a sua volta, aveva servito e amato profondamente.
Oggi, ripensandoci, mi colpisce un’immagine: Padre Alfredo non poteva più vedere Alatri con i suoi occhi, ma continuava a vederla perfettamente con gli occhi della memoria e del cuore.
Per questo ricordarlo non significa soltanto rendere omaggio a un sacerdote del passato. Significa ricordare un pezzo importante della storia religiosa e umana della nostra città e, per quanto mi riguarda, della mia stessa vita.
Il ragazzo che per tante volte gli servì la Messa è diventato adulto e poi uomo maturo; sono trascorsi decenni e quel mondo dei “fratini” appartiene ormai alla memoria. Ma alcune presenze non scompaiono insieme ai luoghi e agli anni che passano. Restano dentro di noi, perché hanno contribuito, silenziosamente, a renderci ciò che siamo.
Padre Alfredo Spigone, per me, è una di queste.
E allora, caro Padre Alfredo, raccolgo ancora una volta quel tuo antico saluto e, idealmente, te lo restituisco:
la tua “vetustissima Alatri” non ti ha dimenticato».
Un sacerdote buono e generoso, ma che non tollerava i bestemmiatori. Se gli capitava di ascoltare un’imprecazione, sapeva anche essere severo.
Come quella volta in cui, a Piazza Regina, si stava proiettando un film. Dietro di lui un ragazzo bestemmiò, forse convinto di non essere stato sentito. Padre Alfredo si voltò, gli mollò un ceffone e lo apostrofò in modo decisamente poco religioso.
Forse anche questo era Padre Alfredo: un uomo buono, colto e generoso, capace però, quando serviva, di farsi rispettare.










