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Massimo Cacciari chiude il Festival della Filosofia di Veroli, in purezza

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In purezza, così Massimo Cacciari ha chiuso la seconda edizione del Festival della Filosofia di Veroli. In purezza e indoor, visto che il meteo incerto ha dirottato l’evento dal centro storico al Palacoccia. E in un certo senso, a volerci vedere faccenda simbologica, la minaccia di pioggia è diventata nuncia di continuità: il prossimo grande evento ernico è infatti il Festival dello Sport raccontato e con Cacciari filosofo in un palazzetto che spreme sudore e urla è come se il Pensiero avesse passato il testimone al Cimento in quella location ibrida.

Tuttavia nell’esposizione di Cacciari di ibrido non c’è stato nulla: si è parlato di filosofia con quella guisa ortodossa che impegna lo spettatore forse più di quanto non meritino le sue fregole mainstream, ma lo si è fatto più per creare amore per il pensiero attivo che riverenza per l’enunciazione, perciò è andata benissimo. Massimo Cacciari è per sua stessa ammissione e da sempre un avido lettore di Eisenberg, che è un fisico “prestato’ alla filosofia, e proprio in questa sua scelta risiede la assoluta forza del suo pensiero, che è ortodosso di linguaggio ma innovatore per contenuto.

La straordinaria complessità perciò di parlare di ‘Cos’ è reale’ è diventata occasione per riflettere davvero. Partendo dalla differenza fra essere ed essente, fra inconcepibile alterezza ontologica e partecipazione dinamica, Cacciari ha disegnato un quadro in cui la misurazione di ciò che è reale non prescinde mai dall’esperienza di chi, sempre un passo indietro scienza inclusa, misura la realtà e le dà i triliardi di volti che triliardi di circostanze determinano. Quello che diciamo reale è il frutto dell’epifania di ciò che sperimentiamo come fenomeno e di cui percepiamo solo una parte, mai il tutto. Ha preso abbrivio dal rivoluzionario di Elea, da Parmenide macellaio di presocratici, il professor Cacciari.

Lo ha fatto col piglio di chi non ha la riverenza del neofita che cita, ma l’ingorda e sicura alterigia dello sviluppatore di pensiero che evolve. La realtà come atto sillogico, onnicomprensivo, è l’utopia da superare per approdare ad un livello di conoscenza umile e grandissimo al contempo: quello che si arrampica sulle categorie kantiane e che strizza l’occhio al monadismo di Leibniz per arrivare a concepire la metrica del reale, in cui materia e spirito si fondono senza generare progressioni di conoscenza.

Per Cacciari il concetto di realtà è stato bullizzato per troppo tempo, nel Pensiero Occidentale, dal manicheismo fra materia e spirito, e questo ha impedito di cogliere il grande limite e l’immenso vantaggio dell’indeterminatezza, del fatto che nel momento esatto in cui studi un sistema complesso tu lo cambi e lui cambia te. Il reale è perciò non la sicumera di poter dare un volto alle centomila frazioni di un atomo, ma la consapevolezza che quella frazione non ha fine e che di essa esiste un piano numerologico che anticipa e traduce la conoscenza empirica, e che di essa è spirito in endiade perenne con la materia.

Filosofia in purezza dicevamo, per chiudere un festival che ha accolto momenti divulgativi, riflessioni storiche e finestre autobiografiche per offrire la straordinaria complessità di un sapere molto più amico dell’uomo di quanto non lasci intuire l’inimicizia apparente e un po’ settaria del suo linguaggio. E chi desiderava, a volte in sardonico appeal altre in urticante polemica, che ad un festival di filosofia ci fossero filosofi senzienti e non presunti succedanei di scilinguangnolo forse è stato accontentato più di quanto non meritassero le solite “ammuine social” .

Perché la filosofia è scienza trasversale, e che della stessa si sia clero rivelante, laico interfaccia o eretico bersaglio essa contiene tutte le declinazioni che l’uomo ha il dovere di dare al pensiero complesso. E con esse tutta la bellezza di momenti come quello di ieri sera a Veroli.

Lo hanno capito bene gli organizzatori che nel Festival hanno creduto per la gioia di un Simone Cretaro sempre più sindaco di luogo eccelso fra gli eccellenti: Fabrizio Vona che ha saputo fare le domande giuste e tenere viva la fiamma dell’interesse, Mauro Ranelli che ha disegnato le imprescindibili linee delle retrovie, Gianluca Scaccia che ha messo le ‘milizie’ della Pro Loco a servizio di una logistica impeccabile e Francesca Cerquozzi, che ci ha messo il cuore di chi non teme il fallimento e nell’esatto momento in cui non lo teme lo sfratta via dall’equazione. Un’equazione in cui ha brillato la golosa empatia dei verolani e dei ciociari che del festival sono stati dinamico ed entusiasta pubblico e che hanno posto domande senza cadere nel trappolone dell’autoreferenzialita’.

Perché con le cose fatte in purezza non sempre finisce in nicchia autocelebrativa: a volte si fa Cultura davvero e la si spande in giro come rorida semente. E a volte funziona.

Monia Lauroni