Nell’universo greco classico perfino gli dei sono subordinati alla Tyke, cioè al Destino.
Nel momento in cui si compie quello umano, ogni possibilità di genesi di una struttura morale sembra soccombere. Soccombe o dovrebbe farlo in punto di “Logos” semplicemente perché si parte dall’assunto che scegliere come vivere la propria vita non è prerogativa dell’uomo che, a schiena china, può solo subirne le conseguenze.
E questo rimanda a due cose: da un lato, la possibilità di carpire, osservare e analizzare delle possibili nicchie di arbitrio che sfuggano all’ineluttabilità di un vissuto predeterminato. Dall’altro e in maniera più empirica, l’assoluto fascino dell’opera letteraria di Fabrizio Vona, un saggio intitolato “La scelta tragica, alle origini dell’esperienza morale tra l’agire e il patire”.
Dov’è che l’opera di Vona, stimato Direttore artistico del Festival della Filosofia in quel di Veroli, diventa seducente? Esattamente quando ricusa l’essere sedicente, pronta cioè a non “scriversi addosso” e a mettere in gioco ipotesi ontologiche che non sono brade incursioni, ma scenari che vanno dal paradigma etico all’attualità più immanente.
Il ritratto migliore del tomo lo ha dato Francesco Miano, docente di Filosofia Morale e autore della prefazione al testo. “Il volume si articola intorno a un’ipotesi filosofico-morale: nella tragedia greca si intravede l’emergere embrionale dell’idea di personalità umana capace di esercitare, seppur parzialmente, una sua libertà di scelta e dunque di farsi carico delle proprie responsabilità”.
Vero è infatti che Edipo non può sfuggire al terribile vaticinio che ne segnò la venuta al mondo e che suo padre Laio, in preda alla Ybris, all’eccesso, lo concepì, appunto, “ubriaco” malgrado la predizione, ma è altrettanto vero che l’interiorità del personaggio resta affiorante in diversi passi della sua parabola epica ed esistenziale.
“L’obiettivo è quello di dare legittimità all’idea di interiorità legata alla possibilità di azione dell’eroe tragico. Nel solco di questa impostazione teorica, il dramma si configura come il luogo della manifestazione e dell’espressione dello spazio interiore”.
Ne conviene che è proprio la tragedia l’incentivo per comprendere la precarietà della condizione umana, e che sono i suoi ‘tempi’ narrativi ed intimi che al tempo stesso danno polpa alla struttura sociale ed ai sistemi complessi in cui l’uomo agisce.
Lo spazio interiore “di conseguenza”, come il contesto in cui l’essere umano viene messo dinanzi a una nuova tragica condizione: un’inevitabile, spaesante precarietà.
Eppure Vona, acutamente, ha saputo cogliere quel quid che ad una lettura più ortodossa sembra sfuggire: l’uomo è molto più della somma dei suoi destini e dei suoi errori. E, “gli spazi deputati a tentare di decifrare e dare senso al palesarsi di questo spaesante rimarranno pur sempre quelli della politicità”. E “non solo nelle istituzioni ma anche, specificatamente, nel theatron, ossia nel solo luogo dove tale tentativo poteva assumere, vitalisticamente, i contorni di un fecondo processo poietico”.
Quindi creativo nella misura in cui esso viene contemplato. In un’antica cavea o in un moderno Tg. In bilico. Sul confine che separa un destino dall’altro. La forza dell’agire e l’incoscienza del soccombere. Cercare se stessi è un percorso difficile. Siamo tutti un po’ asceti discendenti, creature che si elevano solo scavando, togliendo, silenziando, vivendo nello stigma di questa lacerazione.
Poi, un giorno, il guizzo tra le pagine di un libro, parole che restano slegate e cercano il Pensiero.
Monia Lauroni










