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Gli elzeviri di Tommaso Landolfi

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Non si finisce mai di leggere, scrutare, compulsare i libri di quel genio della letteratura che fu Tommaso Landolfi.

Lo scrittore, poeta e traduttore (soprattutto russista) di Pico è un pozzo senza fondo per studiosi e amanti della letteratura. Negli ultimi tempi i suoi diari straordinari sono stati letti e studiati più in profondità dai più importanti critici italiani e, in particolare, dai nostri ciociari; i famosi elzeviri, riuniti nel testo postumo “Diario perpetuo” dalla figlia Idolina, a cura di Giovanni Maccari, stanno via via rilevando vieppiù il sopraffino stile linguistico dell’autore che, con questi testi pubblicati al tempo soprattutto sul “Corriere della Sera”, viene amplificato a merito, rinnovando la linfa sempre viva del talento landolfiano.

“Già: come si può guadagnarsi la vita inventando elzeviri?”, si chiede Landolfi in “Des mois”. D’altronde, per lui che dopo “Un amore del nostro tempo” del 1965 aveva abdicato alla “follia” di raccontare storie, non c’era altra scelta: questione di sopravvivenza.

Il punto a nostro avviso è un altro: quelli che Landolfi chiama “innocenti raccontini”, nulla hanno a che vedere con gli elzeviri. Sono infatti aguzzi e vertiginosi apologhi, aneddoti, memorie, dialoghi morali, visioni apocalittiche e tenebrosi incubi.

Elzeviri sì insomma, ma eccentrici, dove catafratto di una lingua estranea, lucente e inscalfibile, ritroviamo tutto Landolfi, tutto il maestro della sua sconfinata bibliografia.

Patrizio Minnucci