HOMEPAGE CRONACA Dell’Uomo, il pittore umile che non sale in sella alla sua grandezza

Dell’Uomo, il pittore umile che non sale in sella alla sua grandezza

404
CONDIVIDI

C’è una generazione di pittori che si fa fatica a vedere. Sono quelli che dipingere e vivere sono sempre stati una identica cosa. Sono quelli che ancora ascoltano la natura e restituiscono immagini che appaiono sospese, indefinite e straordinariamente belle. Pittori d’altri tempi, presenze semplici. Un piccolo corpo che si reca ogni giorno nel suo piccolo studio come fosse sempre il primo giorno. Una stanza piccola, lo spazio angusto per una sedia, un tavolo, un cavalletto quello di sempre. E lui, Daniele Dell’Uomo, tutt’intorno, stipato e in ordine il suo lavoro. Ogni mattina da quella finestra che affaccia alla vita dalla sua Alatri dipinge il mondo, la bellezza del mondo, la precarietà del mondo, ciò che gli rimane del mondo. Fedele alle sue immagini e senza mai alcun bisogno di tradirle. I paesaggi di Daniele dell’Uomo sono espressioni di una natura sganciata da ogni vincolo di mera rappresentazione. Osservare e dipingere con lo stesso respiro, un respiro che, citando Platone, “sopravviene dal di dentro e s’urta con quella che s’abbatte dal di fuori”. Sì, perché Platone l’avrebbe amata la pittura di Dell’Uomo, così precisa nel disegnare il solco fra ideale e terrigeno. Ogni orizzonte una scoperta, in comune quel cosmo luminoso e infinito, maestoso e umano passaggio dell’uomo e del suo effimero destino. Paesaggi a tratti inquieti, che agitano le atmosfere come preludi, a tratti rigogliosi di vita e di colori. Orizzonti di lame nello spazio di un punto, uno spaesamento impercettibile, una distonia, una parola intraducibile. Dell’Uomo riesce a far scomparire la realtà, truccando al tempo stesso la sua sparizione. Dietro ogni immagine, qualcosa si perde sempre nell’atto in cui viene fermata. Il colore che insegue la nostalgia, lontana da ogni possibile approdo. Sono luoghi che perdono nome e direzione. Solo la bellezza conta: acqua viva che corre, verde che splende, luce essenza di tramonti nascenti, nuvole in lento fermo movimento, interpretazioni di un istante. Il resto rimane sepolto con dolcezza come un balsamo per la vista contro le brutture di un mondo senza approdo. Di quei colori di terra e cielo sono vestiti i suoi pagliacci. I pagliacci di Daniele non sono clown, sono pagliacci uomini lontani dalle costrizioni sociali. Non sono folli, parlano la lingua dell’immediatezza e dei sentimenti di chi ha abdicato ad ogni normalità. Volti di trucco, sensibili come il filo di lana sotto il ricamo, movimenti dell’esporsi, dell’estraniarsi, del meraviglioso rischio di dichiararsi diversi. Umani di quell’umanità che manca agli uomini. Daniele Dell’Uomo è un pittore, un pittore vero, uno che forse più di altri sa spogliare un corpo, mettere a nudo la natura, tradurre quel profondo senso di assoluto e crearne bellezza. Nella luce di un orizzonte, in un mare scuro, in un corpo cupo di un migrante, in una casa gialla, nella forma orgogliosa di un fiore, nel pudore delle chiome degli alberi che si sfiorano appena, nei felliniani volti dei suoi poetici tonys col naso a ciliegia. Daniele Dell’Uomo è di quella generazione d’artisti che vanno per altre vie, lontano dalle risacche del protagonismo ad ogni costo. Sono loro, questi artisti, quelli d’altri tempi, che nelle pieghe della vita sanno cogliere quel senso di infinito ed il suo ricominciare.

Monia Lauroni