HOMEPAGE CULTURA Alberto Minnucci e Alatri, quando separare è impossibile

Alberto Minnucci e Alatri, quando separare è impossibile

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La Città di Alatri intitolerà la strada che conduce alla chiesa di Portadini al grande Alberto Minnucci. L’iter per l’intitolazione è stato avviato dalla Confraternita di Portadini. Mozione finita sul tavolo della commissione toponomastica accolta con voto entusiastico e unanime dell’intera commissione

 

“Scusatemi: quando mi dicono di Maggio io penso a Portadini”.

Scusateci: quando ci dicono di Portadini noi pensiamo ad Alberto Minnucci. Alberto la ‘banda’ di Alatri, la sinfonia divisa tra la tenerezza dei turbini di petali dei fiori di ciliegio e la crudezza della cronaca. Alberto cronista lo era per davvero, e lo era quando il sangue sull’asfalto bisognava guardarlo in faccia, con la postura decisa come fosse l’ultima sfida lanciata da un corpo, contro l’orrore incancellabile della realtà.

Perchè Alberto Minnucci era un cronista di razza pura, uno di quelli che per devozione di calamo, quelle brutture della vita e della morte, animali o umane non importava, doveva cancellarle da qualsiasi segno di calore, di pietà. Alberto Minnucci, lo scrittore, il poeta sensibile verso un Alatri che gli apparteneva, come la terra, come il sangue. Il ’vento re’ che raccoglieva i fatti del giorno come la brina del primo mattino e li consegnava ai lettori come mazzi di fiori profumati o come corone appassite dopo un funerale. Alberto il dissacrante, il fustigatore e il fustigato, Alberto che i colletti inamidati non lo mettevano a tacere. Alberto Minnucci e la sua Alatri, quella fatta della gente che profumava di pane appena sfornato, di erbe zingare cresciute su quella strada schiva con le pietre lucidate dallo struscio dei secoli e che lo conduceva a Portadini.

Alberto che  ha raccontato di Alatri i vicoli di dolore di vene aperte e unghie troppo corte; vicoli di amore, dolore e fatica, definizione perfetta del legame che prova solo un padre verso un figlio. Alberto fatto della stessa fibra del selciato, dello stesso incarnato dei bruni di Maggio. Dei colori delle  case in coro. Leggere Alberto Minnucci oggi e provare una commozione indefinibile per quell’arreso incanto dei borghi vissuti e andati. La voce di Alatri, spenta con lui, come riassorbita dalla pietra e dal tempo. Capolavori iconici che nascono e muoiono, come gli insetti, come la terra, senza testimoni. Alberto e suoi rosari che si sfilavano dietro finestre socchiuse come ombre di passanti. Alberto Minnucci  che di Alatri amava visitare il più nulla, il mai più di un paese senza tacchi. Come una vecchia che aveva fatto i suoi anni e che non voleva viverne altri. E dietro le gambe spezzate dei solai, le cataste di vecchie mattonelle come mucchi di scarpe in guerra, Alberto riusciva a scovarci la poesia.

Versi dolci e resistenti come torrenti di un’erba che non perde la sua incandescenza nemmeno nell’uggia di novembre. Alberto non poteva essere dimenticato. La sua Alatri  riassunta in una striscia di nero increspato. Ora quella strada che conduce alla chiesa di Portandini porterà il suo nome. Nome che avrà la dignità di un luogo che non dimentica e che non pretende rivincite né rappresaglie. Che scende in quella scalinata larga da ateo e ne esce credente. Di una fede che porta il passo calmo e severo delle cose che non tornano. Come il Regina Pacis di Alberto Minnucci, la sua madonna di cartone, il profumo di quel vento. Un ‘vento re’ che carezzerà quella strada ad ogni maggio che verrà. Perchè tutta la comunità possa continuare a riconoscersi nei suoi contorni.

Monia Lauroni