HOMEPAGE CRONACA Alatri, la soppressione dell’Ufficio delle Imposte dirette nel 1977: la disobbedienza fiscale...

Alatri, la soppressione dell’Ufficio delle Imposte dirette nel 1977: la disobbedienza fiscale e la lettera anonima

1183
CONDIVIDI

Dopo la chiusura del servizio, alcuni commercianti furono denunciati per istigazione a non pagare le tasse. Poi arrivò l’assoluzione.

Alatri – Le storie di Alatri raccontate da Bruno Gatta. Era il 1977, più precisamente il mese di maggio, quando la popolazione di Alatri ebbe la conferma che l’Ufficio delle Imposte dirette sarebbe stato soppresso.

Fu una decisione dolorosa, non soltanto per la popolazione di Alatri, ma anche per quella dei centri viciniori. Il provvedimento interessava infatti un vasto comprensorio comprendente i comuni di Fumone, Collepardo, Vico nel Lazio, Guarcino, Trivigliano, Torre Cajetani, Fiuggi, Trevi nel Lazio e Filettino.

Ad essere penalizzato non era dunque soltanto l’ufficio di Alatri, ma un intero territorio. Negli anni Settanta, infatti, la grande riforma tributaria aveva determinato un profondo riassetto degli uffici distrettuali, con la conseguente soppressione di numerosi servizi periferici.

Ad Alatri si verificò una vibrante protesta contro la decisione. Tutti gli esercizi commerciali, gli artigiani, i tre istituti di credito e persino la Pretura si fermarono, insieme ai lavoratori dipendenti. Uno sciopero che, per alcune ore, paralizzò la città e vide la partecipazione anche della popolazione dei centri limitrofi, oltre a quella del sindaco di Alatri e degli altri primi cittadini dei comuni interessati.

In città arrivò una delegazione di funzionari dell’Intendenza di Finanza. Il comitato di lotta consegnò loro una nota nella quale venivano elencati i numerosi fattori negativi che la soppressione dell’ufficio avrebbe comportato.

Alla manifestazione parteciparono, oltre ai sindaci, anche i rappresentanti dell’Unione commercianti.

Il giorno successivo, i primi cittadini e la delegazione trattante si recarono a Roma per un incontro con il sottosegretario alle Finanze. A quanto pare, però, ben poco si poté fare: la decisione era ormai stata presa e divenne operativa quasi immediatamente.

La chiusura dell’Ufficio delle Imposte dirette rappresentò un ulteriore colpo per il tessuto sociale ed economico cittadino, già provato dalla chiusura di una fabbrica che dava lavoro a oltre 130 dipendenti e, indirettamente, ad altrettante famiglie.

Da quel momento, per una semplice pratica o anche soltanto per un timbro, i cittadini di Alatri e quelli degli altri comuni interessati avrebbero dovuto recarsi a Frosinone. Una situazione particolarmente gravosa per i residenti dei centri più lontani, come Trevi nel Lazio e Filettino.

Ad Alatri, del resto, era già stato soppresso da qualche anno anche l’Ufficio del Registro e si vociferava della possibile soppressione della Pretura, cosa che sarebbe avvenuta alcuni anni più tardi.

La protesta e il volantino sulla disobbedienza fiscale

Ma, oltre ai malumori e alla manifestazione contro la chiusura dell’ufficio, ad Alatri avvenne anche qualcosa di più singolare e, per certi versi, spiacevole.

I membri del direttivo dell’Unione commercianti elaborarono e diffusero un volantino nel quale si invitava alla disobbedienza fiscale, cioè a una protesta attraverso la sospensione del pagamento delle tasse.

Una copia del volantino finì nelle mani di un cittadino contrario non tanto alla soppressione dell’ufficio, quanto alle forme di protesta adottate. Quella persona decise di inviare una lettera anonima alla Procura della Repubblica, allegando proprio una copia del documento.

Si parlò di istigazione a non pagare le tasse.

L’iniziativa fu stigmatizzata dall’opinione pubblica, ma la macchina della giustizia si mise comunque in moto. Il presidente dell’Unione commercianti e i membri del direttivo furono rinviati a giudizio.

L’accusa contestata era, più precisamente, quella di aver istigato altri commercianti, gli artigiani e la cittadinanza dei comuni interessati a sospendere il pagamento delle imposte derivanti dalla dichiarazione dei redditi, con scadenza nel giugno del 1977.

C’era, però, un piccolo ma significativo particolare: prima ancora di ricevere le citazioni a giudizio, i commercianti avevano già provveduto a regolarizzare i pagamenti.

Un elemento che, secondo la ricostruzione dell’epoca, contribuì a dimostrare la buona fede della protesta e della cosiddetta disobbedienza fiscale.

La solidarietà agli imputati arrivò anche dall’Unione commercianti di Frosinone.

Dopo il procedimento giudiziario, fortunatamente, il presidente, i membri del direttivo e, più in generale, la categoria dei commercianti furono assolti dall’accusa di aver istigato a non pagare le tasse.

Le tesi delle parti in causa furono sostenute davanti alla magistratura da un noto avvocato alatrense, brillante professionista che in città si era distinto anche per diverse attività di carattere sociale.

Resta, nella memoria di quella vicenda, anche l’episodio della lettera anonima: un gesto che, secondo la ricostruzione dell’epoca, finì per coinvolgere giudiziariamente non soltanto alcuni rappresentanti della categoria dei commercianti, ma un’intera comunità che aveva scelto di protestare contro la soppressione di un servizio ritenuto fondamentale per il territorio.