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Alatri, cinquant’anni fa la chiusura delle Fraschette: una storia che non finì il 31 luglio 1976

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È trascorso esattamente mezzo secolo e qualche settimana da quella scellerata notizia. Un editto dell’allora assessore regionale Giovanni Ranalli che decretò la chiusura definitiva del Campo delle Fraschette. Della storia, delle storie di quelle migliaia di persone che vi hanno soggiornato loro malgrado, è stato già scritto in diversi libri, articoli, filmati, documentari e quant’altro. Tante le persone, a vario titolo: profughi anglo-maltesi, slavi, albanesi, italiani rimpatriati, poliziotti di P.S., suore, sacerdoti, direttori, personale a vario titolo…

Il nostro è solamente un modo di ricordare la chiusura definitiva che poi così non fu. E non delle promesse, vere e, soprattutto, false: centro di protezione civile, strutture sociali…

È il giugno del 1976 e già da qualche tempo si parla della soppressione del “Campo”. La data di chiusura sarebbe dovuta essere il 30 giugno, ma poi da prorogarsi al 31 luglio. Una “singolare” decisione dell’esponente politico regionale. Ma già da qualche settimana prima della chiusura, alle famiglie residenti era precluso il diritto alle cure sanitarie, al vitto e altro. Ci fu un periodo in cui, per tre mesi, il medico che prestava servizio non veniva pagato; anzi, si disse che non avesse mai percepito alcun compenso.

Nel 1976 pare ci fossero ancora 123 persone, tra uomini e donne, soprattutto anziani: 38 di loro mononucleo e 30 nuclei familiari. Costoro abitavano in padiglioni costruiti addirittura nel 1939, qualche anno prima dell’apertura, nell’ottobre 1942.

Tralasciando per un attimo il periodo prebellico e bellico, andiamo avanti fino al 1960, quando il Campo divenne Centro raccolta profughi provenienti da Libia, Egitto e Tunisia: italiani cacciati da quelle terre e costretti a lasciare tutti i loro averi.

Molto, dicevamo, si è scritto del Campo: giornalisti, scrittori, ospiti, associazioni… Tra questi vorremmo ricordare il ruolo e l’impegno di Marilinda Figliozzi. La sua passione per le tematiche inerenti alla storia del Campo, già di internamento, nasce dalla curiosità.

“Gli alatrensi facevano confusione quando chiedevo loro i ricordi – ci confessa Marilinda, che ringraziamo per la sua opera e per la sua disponibilità. Purtroppo non sono molte le persone che condividono con gli altri. E soprattutto è meritoria l’opera tesa a non far cadere nel dimenticatoio la storia recente di Alatri. E chi ha orecchie intenda!!! – Le mie ricerche iniziano con Carlo Costantini, che si interessava dell’argomento soprattutto nel periodo bellico. Tornando alla mia curiosità, ogni qualvolta chiedevo lumi ricevevo risposte che non collimavano; per questo ho voluto mettere ‘ordine’.”

La storia delle tre vite del Campo inizia con me. Durante la guerra gli anglo-maltesi, di fatto, erano inglesi (quindi nemici dell’Italia) e provenivano dalla Libia: gli alatrensi li confondevano con quelli che scappavano dal regime di Gheddafi. Poi vennero gli jugoslavi che scappavano da Tito.

“Un’altra contraddizione – spiega Marilinda Figliozzi – è trovare la posta, le comunicazioni intestate al ‘Campo di concentramento’, quella gente portata lì di forza… Dobbiamo ricordare che durante la famosa nevicata del ’56 i poliziotti, con i loro camion, e gli internati politici si adoperarono per liberare le strade sia ad Alatri sia nei centri vicini. Vi invito a vedere il film Una vita difficile del regista Dino Risi (ma di questo ne parlerò in un altro articolo).”

Questo è un sunto di quello che può raccontare Marilinda Figliozzi, che comunque non è la sola, ripeto, ad essersi interessata e ad interessarsi alle storie del Campo: voglio ricordare nuovamente Carlo Costantini e soprattutto Mario Costantini e altri, ai quali chiederò ulteriori notizie, pensieri e commenti in un altro articolo, visto l’enorme materiale di storie e documentazione.

Non parlerò e non farò nomi di alcune storie legate al Campo.

Negli anni ’70 un profugo “tunisino”, ovvero un italiano cacciato dal Paese nordafricano, dopo la cacciata e il ritorno forzato in Italia riuscì a trattenere con sé un baule pieno di ricordi e oggetti di un certo valore (materiale stimato in alcuni milioni di lire). Peregrinando in giro per la penisola, lasciò il baule in un deposito di una stazione di Roma. Poi fu ospitato alle Fraschette.

Quando decise di riprendersi il suo baule, scoprì che era stato messo all’asta e aggiudicato per nemmeno 200 mila lire. Riuscite ad immaginare la rabbia e la delusione del poveretto: privato dei suoi beni dal governo tunisino e, diciamo anche, dal suo Paese di nascita.

Un’altra storia vide protagonista un distinto signore che con la famiglia abitava ad Alessandria d’Egitto, dove era nato da famiglia benestante italiana. Costui era titolare di un’elegante boutique e di un appartamento lussuoso nella città egiziana. Fu truffato e abbindolato da una donna araba che gli fece firmare dei documenti: ovviamente, con l’inganno, perse tutto ciò che possedeva, per poi essere costretto a tornare in Italia.

“Cacciato dal governo egiziano come tanti altri. Il signore, amico della mia famiglia, rimase alle Fraschette per alcuni anni dopo la chiusura. Ricordiamo che dopo la ‘soppressione’ del Campo la Regione Lazio fece staccare l’energia elettrica e altre utenze. Il nostro amico italo-egiziano, per poter espletare alcune incombenze, era costretto a rivendere il pane e il latte, oltre a vendere quei pochi oggetti personali, tra cui una catenina d’oro, ricordo di famiglia, per poter disinfettare il modesto alloggio dove aveva abitato da profugo e poi da ‘abusivo’.”

Un altro fatto che mi piace ricordare è quello legato a un avvenimento accaduto negli anni ’70. Una grossa carestia in India. Il pontefice Paolo VI e il Presidente della Repubblica Leone invitarono gli italiani a contribuire, per quello che potevano, alla causa.

Diverse famiglie, famiglie di profughi, parteciparono all’invito. Soltanto chi aveva sofferto poteva capire!!!

Alla “colletta” parteciparono tanti alatrensi, il clero, attività commerciali, i degenti del San Benedetto e, appunto, alcuni ospiti del Campo che, derubati dai governi nordafricani, capivano cosa volesse dire soffrire anche la fame.

Ma il direttore del Campo invitò gli ospiti a non privarsi del poco che avevano.

Un cuore grande.