HOMEPAGE CULTURA Alatri, Al Civico 61 di Roberta Fanfarillo

Alatri, Al Civico 61 di Roberta Fanfarillo

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Una bella sorpresa. Come se Il buon vento avesse soffiato nella direzione giusta. Entri in quel luogo chiuso, come in un convento dove ripararsi dal freddo e provi a gestire i pensieri e gli stati d’animo.  Gli oggetti in cui è immersa Roberta raccontano una storia di archetipi e temi irrisolvibili, di intimità e riflessioni precarie, dove la cura per le cose svela un amore non protetto per la vita in cui niente è al sicuro. Tutto nasce e muore. E poi nasce di nuovo e prende la sua strada. I suoi dipinti hanno qualcosa di ancestrale. Come la paura del buio con cui veniamo al mondo esorcizzata da improvvisi colori esplosi mai per caso. Addossata a tutti quei pensieri improvvisi che arrivano senza bussare come ospiti inattesi ed entrano in scena con passi lunghi ed ombre nette, sbattendo contro la luce, mentre l’esuberanza delle forme ne accentua la dimensione tattile.

Non c’è gioia e né dolore esplicito, nulla è seriale, nulla è ripetibile. Solo brevi spazi di mondo fisico e mondo virtuale che si uniscono dando vita a un nuovo immaginario che mostra le infinite possibilità di materia e di colore. Un disordine velato da un’esposizione quasi architettonica attutiscono l’idea delle sue giornate impregnate di paese.  La immaginiamo all’opera mentre guarda indietro nell’amarezza del tempo presente. E se non guarda indietro, Roberta, guarda in altre direzioni; quasi mai guarda intorno, verso un mondo a digiuno di quiete, di simboli e di archetipi comuni. È un mondo, il suo, che stimola senza consolare, che educa all’immensità del bello, nella fretta di una corsa sul posto. Eppure le sue creazioni camminano piano, si disperdono su tele, sedie, lastre di alluminio, cubi di plexiglas.

Roberta dipinge opere tridimensionali e grandi e opere molto piccole, una per volta, immaginando il calore della casa dove andranno ad abitare, in cui gente modesta fa il proprio dovere, in una pace di poche parole. Le piace lavorare con cura come si stira una tenda. Da una natura in piena allo sguardo di un Davide, racconta in un percorso di simbologie spirituali la vita, la morte e la loro convivenza; la metamorfosi, l’armonia di ciò che è riunito in un universo ordinato, il principio della vita portatrice di intelligenza e stupore, oltre i dolori della consapevolezza. E’ un mondo attuale quello di Roberta, che diviene evanescente perché si sottrae alla violenza, alla prepotenza, all’aggressività e all’indifferenza della vita moderna. Sono alberi, fiori e corpi che si proteggono  vicendevolmente, senza toccarsi. I soggetti di Roberta sono spesso da soli, fotogrammi artistici colti un attimo prima che la dissolvenza ne annienti le forme e il senso. Il disegno sicuro guida la mano, ricompone pose, ambienti, particolari posti sulla tela e sui materiali con originale taglio prospettico evidente. 

I colori dalle tonalità fredde alternate a bagliori caldi rimangono affini ma mai sovrapposti, si accostano e si annullano lasciando al velo materico il compito di rafforzare il movimento verso l’indefinito. Sono ispirazioni che unite raccontano tutta la passione di una pittrice d’oggi che sa coniugare la bellezza della storia dell’arte con la vibrante interpretazione contemporanea. Nei suoi dipinti un modo d’essere tutto personale che non si fissa in forme definitive o precostituite ma si libera nel mutare della forma , nel continuo divenire, nel dialogo che si apre con chi osserva. Sono opere che hanno una voce propria, una loro chiave d’accesso, una dissolvenza timida di forme che lascia il posto all’esserci profondamente.  Magiche atmosfere soffuse di nostalgia, forme liberate dalla materia, filamenti lievi in cui si percepisce l’anima di un percorso che conduce oltre la superficie visibile per cercare lo spazio più silenzioso, per trasfigurare l’astrazione lirica in un pensiero romantico. 

Quando un pittore crea un’opera dovrebbe porsi una domanda: “Cosa ho messo al mondo?” Essere artista è una missione seria, vuol dire aprirsi, riempirsi e restituire agli altri ciò che hai sentito. Vuol dire captare una gamma di frequenze emotive e concettuali che devono poi essere portate nell’opera affinché ad essa partecipino gli altri. Il lavoro dell’artista è un lavoro faticoso fatto di attenzione, di ricerca, di ascolto e di grande responsabilità; fatto più di disciplina, sacrificio, rigore e regole che di libertà scomposte, come si è portati a credere di solito pensando all’arte e agli artisti. È la forma più alta di esercizio ispirato. In fondo, ogni artista non parla che di sé, e non si occupa che di se stesso; ogni sua opera non è che un tentativo di sbarazzarsi dei suoi aspetti migliori, come dei più esecrabili. Roberta lo fa, mette a disposizione se stessa, con un misto di malinconia, forza e freschezza vitale di un animo artistico puro che trova nell’arte l’unica sua vera voce.

Aprendo la porta del suo Civico 61 si respira l’aria di una splendida giornata, le intemperie, l’odore della stagione in corso, i suoni degli eventi che accadono intorno. Si respira purezza, inchiodati dinanzi al velluto scarlatto delle sue creazioni. Immergi gli occhi nel drappo, accarezzi la trama, scruti, e in pochi minuti avvisti i suoi lavori, tirati fuori a sbalzo con la punta di un pennello e la fitta dell’anima.

Monia Lauroni